Tutti gli articoli di Dario Gigante

L’eterno ritorno. “L’albero dei frutti selvatici” di Nuri Bilge Ceylan

L’eterno ritorno. “L’albero dei frutti selvatici” di Nuri Bilge Ceylan

È un cinema di colori desaturati e ombre insinuanti, quello di Nuri Bilge Ceylan, di primi piani indagatori, di mezzibusti prolungati, di controcampi differiti, di extreme long shot e figure umane isolate nei loro penetrali. Un fenotipo che, con un ricorso al montaggio maggiore rispetto al pregresso (se poi editor e director coincidono…), contraddistingue anche L’albero dei frutti selvatici, distribuito,

Una romantica donna inglese. “Mary Shelley” di Haifaa Al-Mansour

Una romantica donna inglese. “Mary Shelley” di Haifaa Al-Mansour

Ci voleva un(a) cineasta saudita per forgiare un film dignitoso su Mary Shelley e la genesi di Frankenstein? A comparare il period drama di Haifaa Al-Mansour e le (mal profuse) fatiche di (insigni) predecessori europei, si è tentati di rispondere sì. Come dimenticare, infatti, che, nel 1986, Ken Russell sfornava il pasticciaccio brutto di Gothic e, due anni più tardi,

Di pari passo con l’amore e la morte. “A Quiet Passion” di Terence Davies

Di pari passo con l’amore e la morte. “A Quiet Passion” di Terence Davies

Il componimento di Emily Dickinson che, forse, meglio identifica l’esistenzialismo di Terence Davies, rivelando un sentire comune tra la poetessa e il regista, non viene citato in A Quiet Passion. Si intitola Il passato: È una curiosa creatura il passato e a guardarlo in viso si può approdare all’estasi o alla disperazione. Se qualcuno l’incontra disarmato, presto, gli grido, fuggi!

L’ultima volta che vidi Parigi. “The Happy Prince” di Rupert Everett

L’ultima volta che vidi Parigi. “The Happy Prince” di Rupert Everett

È intimo il legame che stringe Rupert Everett a Oscar Wilde, una familiarità consolidata fra palcoscenico e set cinematografici, un viluppo di ammirazione, gratitudine, debito e insospettita identificazione. Non sorprende, pertanto, che uno che è stato, sullo schermo, l’Arthur Goring di Un marito ideale e l’Algernon dell’Importanza di chiamarsi Ernesto e che, a teatro, ha già vestito gli abiti di

A (wo)man under the influence. “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson

A (wo)man under the influence. “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson

Per quanto turpe possa essere stata l’onta di Vizio di forma, con Il filo nascosto Paul Thomas Anderson l’ha certo lavata. Libero dall’ingombro del genere (noir), l’artista californiano torna a parlare, come meglio sa fare, di ossessioni e stranezze virili, di legami intergenerazionali, di epoche trascorse. E convince, emoziona, abbacina. Encomiato dalla stampa che, secondo le stime di «Rotten Tomatoes»,

Lui è l’amore. “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino

Lui è l’amore. “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino

“L’usurpatore!”. Elio non conosce ancora Oliver, ma sa che l’ospite gli soffierà la camera da letto. Scruta dalla finestra l’arrivo dello straniero, sospinto nella sua beltà corrusca da un’onda di Sole, e ignora che quel tizio misterioso lo stravolgerà… La genealogia policefala di Chiamami col tuo nome suona come un inno al multiculturalismo e testimonia, al contempo, un decorso gestatorio

I dannati dell’oceano. “Wonder Wheel” di Woody Allen

I dannati dell’oceano. “Wonder Wheel” di Woody Allen

“Ho realizzato soprattutto commedie”, Allen dixit e il pressbook riporta, “ma ogni volta che ho cercato di fare un film drammatico quasi sempre – non sempre, ma quasi – ho parlato di donne in momenti difficili”. Vero: Interiors, Settembre, Un’altra donna… E, ora, Wonder Wheel e Ginny, un personaggio muliebre coperto di ecchimosi esistenziali al centro di un film non