…che poi il punto centrale è se il soggetto sia o meno in posa… Ma che significa essere in posa? All’interno di uno spazio pubblico chiunque è sovrastato dalla propria immagine. Esistono solo le immagini e tutto è immagine, il “resto” è concreto quanto un fantasma. Ciò che osserviamo già non c’è più; come una stella lontana milioni di anni luce quel che ci circonda è il luccichio d’un tempo di passaggio… E il reale è fragile.
L’occhio di Sombrero Twist è quello d’un flâneur, quello d’un osservatore da passeggio sulla realtà di passaggio, ma è uno sguardo tutt’altro che casuale nella sua acutezza quasi chirurgica, nella capacità di cogliere lampi di senso che come scintille su di una sfera di Tesla crepitano attorno a noi.
Il mondo è il suo palcoscenico prediletto (con una particolare attenzione feticistica nei confronti di Milano) dentro al quale rinvenire frattaglie d’epifanie del quotidiano fatte di pance enormi, che paiono catturate un istante prima d’esplodere, di ombrellini colorati, di anziani, di orsi ringhianti, di chiappe mastodontiche quanto faraglioni. Tutto è appeso in un tempo sospeso, dilato nell’infinito appiattito d’uno scatto. E quel che pareva banale si trasforma in ogni immagine in un geroglifico inafferrabile, denso di significati sfuggenti.
…e il naufragar m’è atroce in questo mare.
ag
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