È delicato, suadente, carezzevole, eppur insidioso, disturbante, come le tendine con cui si apre, chiude e inframmezza, tracciate di linee curve, incurvate ancor più dai soffi d’aria artificiale, dal ventilatore, l’esordio nel lungo della regista Han Shuai. Gran premio per il miglior film alla Generation Kplus Competition dell’ultima Berlinale e precedenti apprezzamenti a Pingyao e Busan. Cronaca di un’estate afosa, a Wuhan, alla vigilia del Covid-19. Dove, per il momento, ci sono soltanto guai personali. Esposti con soffusa intimità e registica mano tenera, continuamente ritratta, perché la vicenda è affetta, stravolta da contagio privato, virus dell’anima, altrettanto pernicioso e distruttivo. Il film dispiega tanto freddo interiore, riflesso di un gelo sociale rassegnato ormai ai suoi brividi, ed esterna calura, anche da riscaldamento globale, appiccicume come mood climatico. Canicola sfoca-vista. Il titolo, sia internazionale che originale, Summer Blur (Hàn nán xià rì, 汉南夏日), bellissimo, da film di Ozu, designa all’unisono la stagione della vita e quella metereologica. Entrambe annettono le curve/sipario del film, fetta di vita, ma anche un po’ trancio di torta, che provocano macchie, sbavature, ondulazioni, deviazioni. Crescono e dislocano, dissociano e rabbrividiscono la piccola protagonista, Guo, al culmine della sua estate, la bella stagione dei tredici anni. Per colpa di quanto le sta attorno, di quel che le capita, la sua giovinezza spalancata sul mondo si appanna, ha sudori invernali. La sua adolescenza non viene messa a fuoco, risulta curva, oppressa.
Huang Tian, la piccola bravissima attrice, ha dato pelle, movenze esitanti e occhi spalancati tristi, ancora curiosi e tuttavia mai ridenti, a questa coetanea sola in un mondo di adulti distratti. Al contrario, la regista è decisamente attenta, riuscendo a porsi all’altezza della piccola e degli altri piccoli in scena, compresi quelli che promettono male, avviati precocemente a replicare i tristi comportamenti degli adulti. I bambini ci guardano, si diceva (e filmava) una volta. Adesso, e qui, sono i grandi a non guardare loro. Per cui a Guo non resta che isolarsi ed essere isolata, compressa nello sguardo partecipe e mai conciliante dell’autrice che, al di là della macchina da presa, tremolante insieme alla piccola, può soltanto darle voce visiva. È dalle inquadrature parlanti che sprigiona le paure, il dolore, l’interiorità ferita di una ragazza, che gli occhi umani grandi attorno a lei, volti altrove, non sanno (più) scorgere. A cominciare dalla madre. Ragazza immagine a Shanghai, donna in carriera luccicante con trasferte USA, perennemente ottimista, non di rado sbronza, parla alla figlia in video-chiamata, invitandola a chiacchierare ad assurdi orari (le 4:43 del mattino!), per mostrarle arredi, ricchezze e interni glam. Le prospetta e promette una nuova vita-Godot che non arriva mai, con nuova, ignota famiglia (del padre della bimba nessuna menzione) e gran lusso domestico. Nel frattempo, congela la piccola da sua sorella (Gong Beibi), il marito di lei (Xie Lixun), la figlia di entrambi (Yan Xingyue), assai più piccola di Guo. Certo in cambio di denaro. Quello che muove il mondo e la Cina xista, del “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”. Linea Xin Jinping, estremista eppur gemello delle sinistre occidentali, tutte political correctness e mercati globali.
La coppia dell’affido alla buona è fredda, imbruttita dalle regole del mondo, del comunismo capitalista. L’uomo ormai disoccupato, la donna accigliata, frustrata, avvolta nelle preoccupazioni: le spese, l’orgoglio, il riscatto attraverso la figlia e la società dello spettacolo. La piccola va a lezioni di ballo, ambisce a Shanghai, alla TV. Ci finisce dentro per un’audizione, insieme a Guo, che si ritrova ad essere esaminata come baby attrice e piange: non si sa se recitando o facendo sul serio. Bellissima per sbaglio. È voluta andare alla megalopoli per incontrare la madre, la quale però, tanto per cambiare, è impegnata, non può incontrarla. Guo sogna di volare, prendere l’aereo e rifugiarsi da lei. Lo scopriamo, sottigliezza di ellittica sceneggiatura (oppure di regia) quando un amichetto, Xiaoman (Luo Feiyang), le regala un aereo telecomandato, facendo menzione del suo sogno. “Hai detto che ti piacciono gli areoplani…”. Impassibile, lei: “Sciocco!”.
Xiaoman l’ha sottratta alle grinfie di un altro mini-corteggiatore, Zhao (Zhang Xinuyan), che le ha bloccato la bici per poterla proditoriamente accompagnare a casa con la propria. Piccoli amori con ricatto: pure l’altro sembra voler comprare l’affetto della coetanea, facendogli versamenti on-line di sommette che la ragazza neppure (o)sa ritirare. Guo è un po’ esclusa da quel mondo bullo di maschietti al comando, un po’ consenziente perché non può far altro che subire. E come se non bastasse una situazione di partenza poco prospera per un’adolescente in delicatissima età, sottratta all’affetto, alla guida altrui, se non quella di chi la giudica e rimprovera, un peso assai più consistente del braccio che le poggia di notte sul collo la cuginetta e che lei scansa (dormono appiccicate in un lettuccio singolo), arriva pure una tragedia. All’interno del mini ménage à trois.
L’amichetto dell’aeroplanino la porta in gita al lago con sé, contro l’altro. La macchina da presa ravvicina il volto deluso del ragazzetto escluso. Tredici anni e “non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Specie in tempi globalisti, ben delineati dal film negli effetti collaterali. L’altro fanciullo, col regalo impacchettato nello zaino, masticando chewing gum, appare tutto soddisfatto di sé, della conquista prezzolata. Ma la sorte, si sa, se non si compra con i soldi, figuriamoci col sorriso! E durante il bagno, il povero ragazzo affoga. Pensare che la madre gli aveva disegnato una grossa X sulla coscia per scoraggiarlo a entrare in acque pericolose. Un segno terribile, rimasto intatto dopo che, defunto, lo sfortunato bambino viene sottratto alle acque. Guo, a quel punto, non sa che fare. Non corre ai soccorsi e i tentativi di parlare con la madre al telefono o a casa della famiglia ospitante non pervengono. Anzi, viene ulteriormente sgridata perché consuma corrente, e più in là sarà schiaffeggiata dalla zia, avendo brigato con la cugina, che ha messo le mani distruttrici sull’aereo telecomandato, che per l’altra s’identifica ormai con il corpicino esanime del compagnuccio oppure con il tremendo segreto di essere stata lì, con lui.
Guo torna soltanto dopo, sul luogo del fattaccio. Tra la polizia, il medico, la folla, le urla della mamma della vittima. E il pretendente respinto. A cui adesso Guo deve legarsi controvoglia. Lui promette subito di non dir niente a nessuno (cosa poi?), ma l’altra lo teme, e quindi lo asseconda. Tutto diventa ancora più insostenibile. Siamo ancora a pochi minuti dall’inizio, cosa sperare per il resto del film? Il bambino si rivelerà mite, spaurito anche lui, un’altra vittima. Il papà (Chen Yongzhong) amministra un magazzino di merci che spedisce (presumibilmente) via rider (e Zhao impacchetta gli articoli); la madre gestisce, insieme a un uomo, un’altra bottega di cianfrusaglie (ancora presumibilmente), al mercatino delle pulci di Hanzheng Street. Ha lasciato casa e l’ex marito rientra ubriaco, persino in pieno giorno, persino con quel caldo. Traballante dinanzi al figliolo e la sempre più spaurita, immiserita Guo.
Insomma, la sventurata protagonista e gli altri non hanno alcun modello positivo, imparano a loro spese, e prima del tempo, quanto inaffidabili siano gli adulti e quant’è crudele la vita. Un vecchio barista offre gelati in cambio di piroette e spaccate della cuginetta ballerina. Guo intuisce che, dietro quelle richieste, alberga qualcosa di turpe: decide così di pagare i gelati. Il film è sempre piuttosto reticente, suggerisce, non esplicita. Non intende rispondere, perché è lo spettatore, dentro di sé, a doverlo fare. Soprattutto di questi sin troppo guidati tempi senza vista. Non solo al cinema, ahinoi! In piscina, la ragazza persiste sott’acqua oltre il dovuto: vuole forse suicidarsi? Anche l’istruttore di nuoto, per il suo gesto estremo, redarguisce la ragazza, mica cerca di capire. L’iper-insensibilità degli adulti d’ogni risma è un basso stonato continuo. Forse per questa ragione, madre e zia, facce di una stessa medaglia, sono interpretate dalla stessa attrice: è un bicefalo (multicefalo) no way out.
Eppure questo bell’esordio, che scandisce la vicenda ultra dimessa di segni simbolici ben spalmati sul racconto piatto (gli affogamenti, le lacrime, le gocce di sangue, le prime mestruazioni), senza note aggiuntive di melodramma né sottolineature horror, e tantomeno troppo facili o troppo autoriali scelte di regia, alla fine si apre a un minimo raggio interiore di sole. Quelli esterni, irradiati dalla luce gloriosa dell’estate, son serviti a ben poco. Summer Blur appartiene a un tipo di cinema che non si chiude definitivamente sui suoi concetti. Non nega radicalmente, e tantomeno rifiuta altro, fosse pure l’impossibile. E invece rimane possibilissimo quell’inaspettato barlume di grazia, discreto al pari del resto, che giunge infine a piccoli passi, per opporsi e resistere a quanto prima mostrato. Nonostante tutto, sembra dire, e dirci, è (ancora) estate.
Leonardo Persia
Hàn nán xià rì
汉南夏日
Summer Blur
Regia, sceneggiatura: Han Shuai
Fotografia: Peter Pan
Montaggio: Tom Lin, Dong Jie
Colonna sonora: Hank Lee
Suono: Zhu Yunhao
Production Design: Xu Yao
Costumi: Iris Wu
Production Manager: Liu Ziyi
Produttori: Huang Xufeng, Liang Ying
Produttori esecutivi: Huang Xufeng, Zhang Qun, Zhou Jiansen
Coproduttori: Bai Yali, Song Jia
Interpreti principali: Gong Beibi (Aunt, Guo’s Mother), Huang Tian (Guo), Zhang Xinyuan (Zhao), Yan Xingyue (Cousin), Luo Feiyang (Xiaoman), Wang Yizhu (Xiaoman’s Mother), Xie Lixun (Uncle), Chen Yongzhong (Zhao’s Father)
Produzione: Factory Gate Films (Beijing)
Coproduzione: Dadi Film (Beijing), iQIYI Pictures (Beijing), Wuhan Tiangong Kaiwu Entertainment (Wuhan)
Paese: Cina
Anno: 2020
Durata: 88′
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